lettera

Pubblicato: 13 marzo 2010 in Senza categoria
Chi sei?
Sei la simpatia, l’ironia, il bel parlare…il bel pensare direi!
Provo a scriverti, per mostrarti il corpo delle mie parole, e specchiarmi con arroganza, ancora una volta desiderabile e desiderante, nei tuoi pensieri, ugualmente che in una lastra di cristallo.
Ci provo, seppure a volte il verbo vaga addolorato alla ricerca dell’azione, incapace di esprimere lo spessore fisico dell’intenzione; per forbite che siano, le parole non hanno umore… odore… calore al pari dell’accadimento psicologico che le genera.
Che tristezza suscita questa impotenza.
In realtà il verbo non si farà mai carne, mai!
Sono amare le mie parole, ma tu non sentirai l’amarezza che io sento nella mia bocca; la parola amarezza non è amara.
Questa lettera, qualora dovessi decidermi a scriverti, sarà dolente, perchè le mie parole non riescono a strappare all’abbisso mentale tutto quanto vorrei dirti, le immagini, le geometrie, i colori che ti riguardano, che con te hanno preso forma e sostanza.
Ecco, gli scarti tra il mio pensiero e il tratto grafico che te lo porge (la parola scritta, parola della parola) mi allontanano inesorabilmente da quel luogo laico dell’inconscio che è l’indiretto, l’implicito, il guizzo che sfuge alla censura del codice linguistico.
Sono riuscita a commuoverti?
Dimentica quanto ho scritto, erano bugie.
Io credo molto nelle parole, hanno una forza eversiva che nessun gesto possiede; un potere demiurgico che pone in essere una realtà tutt’altro che insignificante.
Ho una spada in bocca, con la quale affronto il silenzio di Dio e lo trasformo in preghiera.
Chi può rinunciare alla voluttà di una parola?
Chi può sottrarsi al destino drammatico del discorso?
Sto decidendomi a scriverti. Potrei scegliere vieppiù parole memorabili, semanticamente irreprensibili, per imporre al tuo ascolto l’oscenità della mia presenza… è sempre indecente un atto di parola che turba la naturalezza del silenzio.
La mia lettera potrebbe non avere il crisma della liceità?
Chi può dirlo?
Avrebbe un senso, e questo basta.
Semmai, qualora non corrispondesse al tuo, potrei appellarmi a quel tal senso letterale (il buon senso suggerito dalla dialettica del desiderio, per cui i sensi si corrispondono per buona pace della comprensione, nel mare tempestoso dell’incomunicabilità) cui sempre si ricorre a motivo di una pacifica convivenza intellettiva.
Scrivendoti apparterrò per sempre all’ordine d’idee che le mie parole investiranno, eneluttabile destino, tradirò la mia antica indifferenza, e sempre tu potrai dirmi: hai detto!
Tuttavia non ti ho ancora scritto.
Forse volevo solo compiere l’atto di scriverti.
Forse questo voleva solo essere un gesto, un impiego fisico.
Se così fosse le mie parole non avrebbero più potere nè fine, non sarebbero più la forma di quella prepotenza che credevo esercitata sui sensi della stratificazione del significato: la procacità del mio pensiero.
Non so cosa fare, ti scrivo?
Se accettassi l’evidenza di un gesto, questa disattenzione intellettuale, potrei riconciliarmi con il mio aspetto ferino, e accettare, inconfessabile misfatto, la fisicità del mio vissuto, semplicemente.
Dovrei demandare ogni servigio al corpo, custode e martire del mio dire, lasciare che attraversi la parola, e vinca.
Ho deciso per un gesto.
La mia ferinità contro la tua.
Stacco una mano dalla croce, abiuro la mia fede parlante, e silente, forte e silente ti stringo a me, liberando ogni parte del mio corpo prigioniera dell’universo fonetico.
E in una sensualità, la più espansa, immemore e svogliata, lentissimamente, ogni gesto, in un ritmo estenuante, si appaga alla tua certa approvazione amorosa.
Non sarebbe lo stesso per la parola; l’irregolarità del ritmo le è nemica, spezza la continuità dell’ascolto.
Pur tuttavia ho un dubbio.
Il mio gesto, il mio corpo, e tutto ciò che da esso si genera in assenza di suono, è spesso imprescrutabile, non ha nome e non ne dà.
Questa incertezza m’inquieta, per quanto si nutra di tacita alleanza, come sempre succede nell’universo dei sensi.
Provo a scriverti.
Le mie parole mi rassicurano, con un aggettivo misuro il tuo proposito esistenziale, nella volontà di coglierne l’incidenza e i rimandi.
Le parole sono potenti; il senso non si disperde; si trasmuta la sostanza epidermica ingombrante in un messaggio fluido, in dialogo.
Con una parola si anticipa, si annuncia ed amplifica il godimento del possesso… gli sposi non si prendono forse con un "sì"?
E’ un prolungato e sofferto qualunque atto di perdita, e solo dopo, come per gli sposi, si è una sola carne, ci si conosce.
Ho deciso, ti scrivo.
Ti racconterò del mio smarrimento per l’offesa che mi arreca chiunque non riesca a conciliare la passione per i miei occhi con il rispetto per le mie domande, così delle favole che ho letto e che ancora mi racconto; di come, per esempio, Cenerentola infilava la scarpa, e questo bastava all’amore, non a me.
Ti scriverò dell’odore intenso e volgare del basilico della mia provincia, dei colori sprezzanti e delle forme irregolari di quanto mi circondò.
Ma come faccio a descriverti tutto questo? Dovresti vederlo!
Comunque, nel rispetto del senso totale, dovrei accompagnare le parole ad un gesto, una smorfia, o all’estremo del mio dolore comunicativo, dovrei aggiungere parole alle parole, ricorrere a metafore ardite, ad immagini, che in realtà sopravvivono senza parole, senza di noi!
No, non ti scrivo.
A causa dei nostri ricordi si separano le nostre conoscenze, le mie parole non sono lel tue, non c’intenderemmo!

Con un gesto invece, s’intersecano gli aloni termici, si valuta la potenzialità di calore dell’altro, se ne misura il grado di accettazione immediatamente, e ci si compiace dei segni della propria presenza che l’altro lascia fermentare su di sè.
Il mio bosogno maschio di possedere è il tuo, il mio sorriso, parimenti al pianto, è il tuo.
In un’eroica parabola disegnata dalle mie braccia posso prenderti, o per sempre allontanarti; con le mie gambe posso entrare nella tua casa e nella tua storia, o altrimenti contare i passi che mi separano dalla soglia, qui indugiarvi.
Ho cambiato opinione, non ti scrivo.
Forse però le tue mani nemiche vorranno provarmi la leggittimità della parola, non accettaranno questo gesto simbolico.
Non leggerai una lettera mai scritta.
Mi mortifica questo atto incompiuto: io che non scrivo, tu che non leggi, quasi che il tempo che questi fogli impiegheranno ad arrivare fino a te fosse il tempo dell’indifferenza, piuttosto che dell’attesa!
Soffro per questo, non voglio andarmene in un tempo indifferente, voglio essere ascoltata ugualmente che toccata.
Le mie mani vogliono congiungersi in un imperfetto atto di preghiera, ti scriverò.

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commenti
  1. sandro ha detto:

    Cioè… Cè… E’ alquanto prolissa… 😉

  2. Barbara ha detto:

    ahahahahahahahah XD

  3. Toni ha detto:

    ……………….

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