Perchè odio Facebook. (Ci stiamo involvendo.) – tratto da MySpace

Pubblicato: 22 febbraio 2011 in Attualità

Girando un giorno su internet, visitando siti qua e là, sono incappata in questo articolo di Myspace http://www.myspace.com/miriam_8/blog/442210827

…cazzo c’è dentro tutto quello che io penso su questo maledetto social network che sta rovinando il mondo!

Leggendolo e riflettendoci su, ho preso finalmente la decisione di cancellarmi da questa merda, prima che sia troppo tardi…


“Ho visto le migliori (?) menti della mia generazione aderire ad un social network.

Facebook.
Amichevolmente rinominato da me e da altri italiani: Faccialibro.
Faccialibro.
Un libro di facce.
Ma facce di chi?

Sono stata trovata e coscienziosamente aggiunta all’elenco degli “amici” da parenti, ex compagni di liceo, delle medie, delle elementari, perfino da ragazzi-di-un-solo-appuntamento. Roba che risale a sei e più anni fa.
Sono sicura che se qualcuno dei miei compagni dell’asilo potesse ricordarsi il mio nome, sarei stata aggiunta anche da loro.
Probabilmente era solo una questione di tempo.

All’inizio ho pensato fosse una cosa carina, ritrovare tante persone, e ho interpretato il silenzio radio della gente che mi aggiungeva come segno di imbarazzo dopo tanto tempo che non ci si sentiva.
La realtà è che le persone si aggiungono a vicenda alla lista di amici nel tentativo di ritrovare chiunque abbia mai incrociato la loro strada lungo tutto il corso della vita. Il motivo non mi è chiaro.
Naturalmente il primo pensiero di tutti è: “Ma pensa te chi ho ritrovato! Quanto tempo! Cheffigata!”
Il problema è che sovente non segue un secondo pensiero.
Ma nella mia mente è scaturito quel secondo pensiero.
Il mio secondo pensiero è stato: “Bene, e adesso? Quindi?”
Non c’è nessun dopo. Non c’è una vera evoluzione della cosa. Ogni ritrovamento non andava oltre i due messaggi.
Ci siamo ritrovati, due messaggi (nei casi migliori) e morta lì. Col passare del tempo mi sono resa conto che un sacco di questi ‘amici’ in realtà non avevano nessuna intenzione di rimettersi in contatto con me, ma solo di aggiungere la mia faccia alla loro lista di facce. Per comporre il loro faccialibro. La loro piccola collezione di facce intraviste e poi dimenticate. L’hobby dei paesi digitalizzati. L’evento della stagione. La collezione che va di moda oggi.
Un po’ come i vecchi album di figurine.
“Cèlo, manca.”
Con relativi scambi annessi.

Mi sono resa conto che più della metà dei miei “amici” erano persone che conoscevo solo di vista anche ai tempi in cui magari li vedevo tutti i giorni.
Io non ho niente da dire a queste persone. Perché improvvisamente sono tutti miei “amici”?
Se io e i miei compagni delle varie scuole non abbiamo mai sentito il bisogno di mantenerci o rimetterci in contatto, perché dovremmo farlo ora? E’ un bisogno che non è mai esistito e che non sentiamo nemmeno adesso, quindi che non esisterà mai realmente.
E’ un bisogno indotto.
Come il bisogno fisiologico che abbiamo della coca-cola, del caffè, di una Lancia-Y.
Non esiste.

Perché gente alla quale di me non gliene frega niente (e in tanti casi non glien’è mai fregato niente) e della quale nemmeno a me frega niente all’improvviso è MIA AMICA?
Che poi con la gente  che hai nell’elenco degli amici si instaura, (per la natura stessa di Facebook che è zeppo di applicazioni, test, quiz e giochi online ai quali _devi_ “invitare 15 amici”) un rapporto di taciti inviti e taciti rifiuti o accettazioni degli stessi.
Ci sono dei quiz grazie ai quali puoi scoprire quanto i tuoi amici sono compatibili con te riguardo ai film, riguardo alle priorità nella vita, ma soprattutto riguardo alle “10 ragioni per cui un cane è meglio di un fidanzato”.
Puoi scoprire quanto la pensate uguale.
Certo… adesso che so che ho una compatibilità del 60% sui film con un mio compagno delle elementari, e che sulle commedie abbiamo alcune discrepanze, dormirò molto più tranquilla la notte.
Puoi non scambiare mai nemmeno una riga con queste persone, e sapere a che ora hanno cambiato le informazioni nei loro profili, a che ora sono diventati amici di chi, quando hanno commentato sul famigerato “wall” di qualcun altro e perfino cosa hanno scritto.
Ah dimenticavo, perché ognuno ha un muro dove gli amici possono scrivere.
E dove tutti possono leggere. Il premuroso Facebook si assicura di mandare notifiche a tutti gli amici di Tizio quando scrive sul muro di Caio.
Anche se Caio lo conosce solo Tizio. Non ha importanza, tutti debbono sapere.
Non ha alcuna importanza se io non voglio sapere quando e cosa Tizio ha scritto sul muro di Caio, la notifica arriva, e dopodiché, diciamocelo, posso non leggere?
Naturalmente no, non posso.
Il principio di Facebook è che tutti possono (e devono) farsi i cazzi di tutti gli altri, basta essere “amici”.
C’è gente che mette addirittura il numero di cellulare, su Facebook. (E poi andiamo a lamentarci dell’invasione della Privacy, mi raccomando).
E’ un fatto che le persone che mi vogliono più bene al mondo e alle quali io voglio davvero bene, i miei amici veri, non hanno un profilo su Facebook. Nessuno di loro ne ha uno. Quasi nessuno.
E’ quantomeno curioso.
Non mi sono mai sognata di condannare un social network, per carità. Può essere un ottimo modo di condividere interessi, informazioni e di creare qualcosa di tuo.
Peccato che Facebook non sia personalizzabile.
Eh no.
Le pagine sono tutte uguali. Non puoi cambiare colore, non puoi cambiare carattere, non puoi aggiungere uno sfondo, non esiste che tu possa modificare l’html di una pagina, niente. Le uniche cose che cambiano sono i nomi, gli interessi, e ovviamente gli amici (nemmeno tutti perché poi ci sono i “mutual friends”, ovvero gli amici in comune, che per l’appunto sono “comuni”.)
Praticamente un libro virtuale di fotocopie quasi identiche.
Così tutti quelli che non sono in grado di creare o anche solo di customizzare una pagina web non si sentono discriminati, sono tranquilli, (perfino un bambino di otto anni può crearsi un account Facebook, perfino mia nonna ne sarebbe stata in grado) e tutti quelli che invece saprebbero come personalizzare la propria pagina non possono.
Semplicemente non ce n’è la possibilità. In compenso ci sono un milione di applicazioni inutili per distrarsi da questo piccolo inconveniente così non ci viene nemmeno in mente, in questo modo non ci sfiora nemmeno l’idea.
Facile no?
Tutti allo stesso livello.
Livellati. Appiattiti. Pari diritti, pari opportunità. Non importa se le opportunità sono l’1%. Sono pari. Tutti uguali quindi tutti felici.
Su Facebook non c’è la possibilità reale di dire qualcosa perché nessuno ha qualcosa da dire! E se per caso ce l’avesse vi assicuro che gli passa di mente.

E poi ci sono i mitici gruppi.
Si può aderire a vari generi di gruppi:
quelli di destra, quelli di sinistra, gruppi ecologisti, gruppi di fan di un cantante o di una band, gruppi che prendono in giro le figure pubbliche, gruppi di fancazzisti, gruppi di quelli che amano se stessi, la pizza, Rocco Siffredi, l’alcool.
Esistono gruppi come “Quelli che girano il cuscino dall’altra parte per avere il lato fresco sulla guancia”; di “Quelli che usano il cellulare per fare luce al buio”. Ci sono persino gruppi come: “Se a questo gruppo aderiscono un milione di persone, il mio fidanzato mi lascerà tatuare su una spalla il logo di Facebook!” (col punto esclamativo, n.b.) E quando l’ho letto contava già 700.000 persone.
Non me li sto inventando. Esistono per davvero.
I gruppi.
Perché tutti hanno bisogno di sentirsi parte di un gruppo, di qualcosa, e credo che Facebook sfrutti proprio questo, il bisogno di appartenenza, non importa a cosa, anche l’appartenenza ad un ipotetico gruppo: “La morte cerebrale” andrebbe bene.
Cento milioni di utenti. Accomunati dal fatto che hanno tutti un pc, tutti una connessione a internet, tutti un sacco di tempo e che sono tutti abitanti del pianeta terra.
Insomma, accomunati dal nulla, dal vuoto pneumatico.
E poi la perla. Il gruppo che “Vediamo se riusciamo a raccogliere tutti gli utenti di Facebook in un solo gruppo”.
(Davvero…. a nessuno scatta un campanello?)
Cioè… ma…. A COSA SERVE?
Già Facebook è un enorme gruppo di persone.
A cosa serve un gruppo nel gruppo che raggruppi tutti quelli del gruppo?
Domande irrisolte. E’ l’idiozia della cosa che mi sciocca. La sfacciata inutilità del tutto, e non la mascherano nemmeno decentemente.

Ma ciò che mi turba sul serio è: perché tanta gente magari si rende anche conto di queste cose (perché credo o almeno voglio, fortissimamente voglio credere di non essere l’unica che ha fatto tali riflessioni in merito) ma restano tutti iscritti a Facebook?
Facile: perché da lì possono vedere cosa fanno tutti gli altri.
Possono ritrovare le persone, rimanere in contatto pressoché continuo con tutti (non so se qualcuno ha notato che Myspace è mezzo morto ultimamente, le due cose sono correlate) possono guardare, giocare, fare i test, essere invitati agli eventi eccetera. E soprattutto possono mostrarsi.
Come si fa a rinunciare a una cosa del genere?
Suona tanto come un vantaggio…
Perfino io ho fatto fatica a cancellare il mio account Facebook, io che l’ho odiato così tanto fin dall’inizio.
L’ho sempre, sempre trovato pieno di bug, come un network eternamente “under construction”, come una gigantesca versione beta di quello che in realtà dovrebbe essere.
Il fatto è che rimarrà sempre così.
Perché in questo modo da’ ancora di più l’idea di essere un qualcosa in movimento, qualcosa che è la gente stessa a volere e a determinare.
In realtà non è vero un cazzo.
Quando cancelli l’account (svelo l’arcano perché quasi nessuno cancella il proprio account, quindi quasi nessuno sa cosa succede quando lo fai)  ti vengono richieste le motivazioni, che possono essere standard, ovvero a spunta, oppure libere, cioè tu scrivi la tua motivazione.
Esiste perfino l’opzione (ah quanto sono furbi i programmatori di Facebook!) di continuare a ricevere email di notifica ogni volta che un tuo ‘amico’ ti invita ad un evento o fa qualcosa, se vuoi puoi continuare a ricevere le notifiche via email. La tentazione di un aspirante pentito di Facebook, di continuare a VEDERE cosa fanno gli altri è forte. Con una probabilità di ritorno del 99,9%. (Furbi, eh?)
Se però come me decidi di NON ricevere queste email di notifica, dopo che hai cancellato l’account vieni gentilmente informato (sono davvero troppo furbi i programmatori di Facebook!) che ti basterà accedere un’altra volta per riattivare l’account.
Capito?
“Il tuo account è cancellato, ma basta un login per riattivarlo.”
Un eroinomane butta tutta la droga che gli rimane ed entra in clinica perché vuole smettere per sempre. “Certo puoi smettere per sempre e liberarti dalla dipendenza” gli viene detto, “in ogni caso ti lasciamo una dose sul comodino, per ogni evenienza. E se vuoi puoi continuare a guardare gli altri che si fanno.”
Ricaduta assicurata.
E’ un po’ la stessa cosa.
Comunque anche dopo che ti sei cancellato, se ti cerchi su Google, compare il collegamento alla pagina Facebook, che poi però non trovi. Ma le informazioni rimangono in rete. Molto, molto a lungo.
La mia netta sensazione è che in qualche modo gli ideatori e i gestori di questi network ci stiano facendo diventare il grande fratello di noi stessi (oltre ad esserlo loro).
E’ risaputo ormai che cellulari, carte di credito e quant’altro sono sotto controllo. E’ noto che siamo tutti più o meno schedati e seguiti, ed è una sensazione sgradevole. Quindi?
Quindi ci viene data la possibilità divertente e apparentemente innocua di fare la stessa cosa coi nostri ‘amici’, di spiarli e sapere tutto di loro. Anche se in realtà se ci pensiamo bene, non ce ne frega niente.
Ci fanno diventare come loro. Così forse ci secca un po’ meno il fatto che anche Facebook sia un’indagine di mercato mondiale, che sta riuscendo alla grandissima, peraltro.
[Per la cronaca, questo network l’avranno pure altruisticamente e ingenuamente inventato due studenti di X-università americana per mantenersi in contatto fra loro, ma fatto sta che Facebook guadagna vendendo informazioni demografiche e di comportamento online alle aziende di marketing. Anonime, aggregate, ma comunque preziose. Più schedature quindi (anche di utenti non attivi) uguale più soldi. Nero su bianco, gli utenti scrivono le loro preferenze in ogni ambito commerciale e commerciabile. Anche Myspace, comunque.]
Il principio è quello. (George Orwell mi darebbe Ra-cazzo-gione.)
L’illusione della comunità globale quando per strada non si saluta nemmeno il vicino. La rassicurante e quasi mistica sensazione di essere tutti collegati, quando se molestano un tizio in metropolitana difficilmente qualcuno degli altri passeggeri fa qualcosa.
Uno dei pochi gruppi intelligenti titolava: “Che cazzo mi aggiungi agli amici se poi non mi saluti quando mi incontri per strada?”
Ma era un gruppo. Di Facebook.

Oltre al fatto che sono dei subdoli strumenti di controllo, trovo già da tempo che i social network funzionino secondo un meccanismo perverso, che siano una perversione della vita e della realtà.
Facebook ne è semplicemente un esempio fin troppo lampante. Così lampante che nessuno se ne rende conto.
Le cose vanno alla rovescia, all’incontrario, a ritroso.
Non è più Facebook che serve la nostra vita, ma la nostra vita che serve Facebook.
Le canzoni che ascoltiamo, i libri che leggiamo, le fotografie che scattiamo, le cose che scriviamo, non servono più a noi in quanto stimoli e approfondimento della realtà, non servono più a farci riflettere e a crescere, a conoscere noi stessi, bensì ad essere postate su Facebook, e a far conoscere noi stessi agli altri (poco importa se noi siamo i primi a non sapere chi siamo.) Non ci servono più per ricordare, ma per essere ricordati.
I nostri stessi stati d’animo hanno cessato di essere indici di qualcosa da comprendere e hanno lentamente iniziato ad essere qualcosa da mostrare su un social network. Fra un po’ non sapremo nemmeno più perché proviamo un sentimento, ma sapremo che se qualcuno ci fa arrabbiare dovremo, anzi, dovremo voler scrivere nel nostro status: arrabbiato. Non importa se la nostra rabbia sarà giustificata o meno, non vorremo capirlo e non ne avremo nemmeno bisogno, finché potremo postarlo.

E la cosa sta peggiorando.
Ognuno è diventato un piccolo show per i suoi amici.
Siamo tutti lì a mostrare noi stessi ai nostri “amici”.
Ci stiamo intrattenendo a vicenda. Condividendo il nostro sincronizzatissimo quarto d’ora di celebrità. Fittizia, ma pur sempre celebrità.
Ci stiamo involvendo.
Personalmente ho questa orribile sensazione di circolo vizioso. Di vicolo cieco. Di morte.
Ci costruiamo tutti una piccola recensione di noi stessi: i film che ci piacciono, la musica che ascoltiamo, l’appartenenza politica, l’orientamento sessuale, l’età, in COSA siamo INTERESSATI: amicizia, networking, relazioni stabili, incontri.
In modo che possiamo selezionarci a vicenda come potremmo selezionare un prodotto sugli scaffali di un supermercato.
Che fine ha fatto l’incontrare la gente per strada? In libreria? Sul tram? Che fine ha fatto il guardarsi negli occhi?
Perché devo sapere se una persona è di destra o di sinistra, se fuma o meno, qual’è il suo segno zodiacale, PRIMA di averla guardata negli occhi? Prima di aver sentito la sua voce? Di aver visto come si muove?
Per scegliere chi incontrare. Per selezionare. Per comandare sulla realtà. Evvai.
[“Ma l’imprevisto è la sola speranza, anche se mi dicono ch’è una stoltezza dirselo.” – Montale, n.d.r.]
Così quando moriremo avremo passato complessivamente qualche anno della nostra vita davanti al pc (io di sicuro) e se saremo fortunati di noi resterà la nostra pagina Myspace, o il nostro profilo su Facebook.
Come se ci stessimo tutti costruendo una lapide che non ultimeremo mai.
Le nostre piccole lapidi in fase progettuale.
I nostri piccoli epitaffi virtuali autoprodotti.
Chi conosciamo, cosa leggiamo, dove andiamo, quando e perché.
Le nostre autobiografie condensate in un centinaio di righe.
I social network: cimiteri virtuali di viventi.
Non ha senso.
Non ha senso.
Non ha alcun senso.
Lungi da me il giudicare chiunque, lungi da me l’intenzione di fare accoliti.
Ognuno fa quello che vuole, si vive la vita come vuole e ragiona quanto vuole.
Ognuno fa quello che può.
Non sto giudicando dall’alto della mia superiorità: se scrivo tutto questo è perchè ci sono finita dritta dentro, è perché ci sono caduta anche io, è perchè mi sono resa conto di cosa mi stava succedendo.

Ah, c’è la crisi economica, il razzismo dilaga, e fra poco si saprà chi fra Obama e McKain, e il superenalotto ha raggiunto un montepremi da capogiro.
Perfino i Tg sono diventati tutti uguali, sintonizzati fra loro, ripetitivi.
E’ da un mese che sento ogni giorno le stesse notizie.
Come noi con i nostri ‘amici’, anche loro scelgono. Scelgono cosa dirci, come dircelo, quando dircelo e quanto a lungo.
Vorrei registrare ogni sera il Tg per una settimana e poi riguardarmeli in fila. Scommettiamo che cambierebbe, in sostanza, sì e no il 20% delle notizie?
Forse si è incantato il televisore.
Sembrano repliche infinite della stessa puntata.
Almeno così mi sembra.

Se questi sono i segni del tempo
stiamo vivendo in un tempo molto triste.
E il bello è che stiamo contribuendo tutti
a mantenerlo tale.”

Cortile di scuola, 2009:
– “Vuoi essere il mio amico?”
– “Dove mi devo registrare?”

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commenti
  1. antiemetic ha detto:

    io non ho mai avuto e non avrò mai facebook e in una compagnia di 20 e + amici siamo rimasti solo in tre senza.
    ho cercato di capire i motivi della sua popolarita e utilità e tutti ponevano al primo posto il fatto di tenersi in contatto con gente a distanza di km, salvo il fatto che poi questi amici a distanza di km o non c’erano o si contavano sulle dita di una mano.
    la vera popolarità dipende dal fatto di poter conoscere una persona nascondendosi dietro a un computer, eliminando così il problema dell’insicurezza.
    inoltre il fatto di chiamarli “amici” è proprio una cazzata…

  2. lucarock ha detto:

    può essere anche vero che fb avvicina le persone lontane, ma è altrettanto vero che allontana le persone vicine… conosco gente che abita a due passi di distanza e si da appuntamento li !
    personalmente non ho mai sentito il bisogno / la curiosità di iscrivermi anche perchè, come dice giustamente l’articolo, fb non è un sito utile, ben fatto e che merita di essere frequentato, ma piuttosto una moda.
    ciao, complimenti

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